La morte corre sul fiume


Tipologia:



Quando:

Il 10 Aprile 2013

Dove:

A Treviso in provincia di TREVISO

Descrizione:

Proiezione del capolavoro visionario e fiabesco di Charles Laughton, La morte corre sul fiume (1955, usa, durata 89’), chiuderà mercoledì 10 aprile alle ore 21nell’auditorium degli spazi Bomben di Treviso, il secondo ciclo, Schermi fluviali, della rassegna cinematografica Paesaggi che cambiano, organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche.


Paesaggi che cambiano, secondo ciclo: Schermi fluviali

rassegna cinematografica dedicata ad Andrea Zanzotto

 

mercoledì 10 aprile ore 21

proiezione de La morte corre sul fiume di Charles Laughton

 

comunicato stampa, 5 aprile 2013

 

La proiezione del capolavoro visionario e fiabesco di Charles Laughton, La morte corre sul fiume (1955, usa, durata 89’), chiuderà mercoledì 10 aprile alle ore 21 nell’auditorium degli spazi Bomben di Treviso, il secondo ciclo, Schermi fluviali, della rassegna cinematografica Paesaggi che cambiano, organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con la cura di Luciano Morbiato (esperto di storia e critica cinematografica) e Simonetta Zanon (paesaggista).

 

Il film è rigorosamente legato alle acque del fiume, come se Mark Twain avesse riscritto per lo schermo Huckleberry Finn. Si tratta invece della versione cinematografica di un romanzo di Davis Grubb (The Night of the Hunter), sceneggiato dallo scrittore James Agee e diretto dall’attore inglese Charles Laughton (fu Quasimodo in Notre Dame, nel 1939). È la storia di un piccolo tesoro nascosto e sottratto alla cupidigia, che costringe alla fuga gli innocenti John e Pearl, i quali come Hansel e Gretel sono inseguiti da un orco famelico, ma per una volta, proprio come nelle fiabe! riusciranno a sconfiggere, grazie all’aiuto di una fata, l’orco che dà loro la caccia.

Sono molteplici dunque gli echi letterari in questo unico, miracoloso film diretto da un attore, ma anche le immagini rinviano alla contrastata e inquietante fotografia del cinema espressionista tedesco.

 

Auditorium spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso. Ore 21.

Ingresso unico 4 euro.

Per informazioni: Fondazione Benetton studi Ricerche, tel. 0422.5121, fbsr@fbsr.it, www.fbsr.it.

 

 

I bambini sanno sopportare

scheda critica di Luciano Morbiato

 

La sola regìa del grande attore inglese Charles Laughton (1899-1962; ricordiamo alcune sue memorabili interpretazioni, da Le sei mogli di Enrico VIII, 1933, e Notre Dame, 1939, fino a Testimone d’accusa, 1957, Spartacus, 1960, e Tempesta su Washington, 1962) fu un insuccesso, tanto che i produttori gli negarono la possibilità di dirigere la versione cinematografica del romanzo di Norman Mailer, Il nudo e il morto, che fu affidata a Raoul Walsh nel 1958.

L’insuccesso è stato comunque riparato dalla Library of Congress che ha selezionato nel 1990 l’opera di Laughton per il National Film Registry: l’ha cioè ritenuta un classico americano.

Il film è tratto dal romanzo di Davis Grubb (1919-80), che nella bella traduzione italiana (di Giuseppina Oneto) sacrifica il titolo originale “La notte del cacciatore” (The night of the hunter) e mantiene quello sensazionale: si tratta di una storia ambientata all’epoca della depressione nel sud degli Stati Uniti, ma raccontata in uno stile popolaresco-infantile affascinante, tra la ballata e la filastrocca, pur affrontando i temi socialmente rilevanti della povertà e dell’abbandono, del fanatismo e della solidarietà. In estrema sintesi si tratta del frutto di una rapina, di una somma di denaro, di cui è in caccia un famelico predicatore selvaggio, che non indietreggia davanti all’assassinio, e per questo insegue due bambini, costretti alla fuga finché non vengono protetti e salvati da una donna caritatevole.

Tutto questo è stato mantenuto nel film, con qualche aggiunta ulteriore, grazie alla sceneggiatura scritta da James Agee (1909-1955), autore di La veglia all’alba (1951) e Il mito del padre (1957, romanzo postumo che vinse il Premio Pulitzer). Nel film di Laughton egli contribuì con il suo lirismo latente o sfolgorante a esaltare alcuni motivi portanti della narrativa americana, dal vagabondaggio sulle strade, che si trova nei romanzi di Steinbeck e Caldwell, a quello sul fiume, con prestiti da Mark Twain e il suo Huckleberry Finn.

La morte corre sul fiume fu girato in poco più di un mese, fondamentalmente in studio, ma con alcuni esterni tra Virginia e Ohio, sul fiume omonimo che li divide. La fotografia di Stanley Cortez (=Stanislaus Krautz, 1905-1997) crea un’atmosfera espressionista, soprattutto nelle scene notturne, con effetti di straordinaria profondità di campo (già sperimentati, per il film di Orson Welles L’orgoglio degli Amberson, 1942, da Cortez, che li riproporrà nel film di Samuel Fuller, Il corridoio della paura, 1963). Per alcuni critici questo gioco tra illuminazione e ombre minacciose è una prova dell’arretratezza della regìa di Laughton, ancora legata all’imitazione del cinema tedesco e scandinavo degli anni ’20-’30, ma all’uscita del film Hermann Weinberg («Cahiers du Cinéma», n. 51) ne giustificò il ricorso a fonti datate ma buone, piuttosto che la ricerca a tutti i costi di una mediocre originalità.

Anche la scelta degli attori è stata giudicata un punto di forza del film, a partire da quella di Robert Mitchum, nel ruolo del missionario invasato, la cui fame di denaro per edificare il tempio al suo dio vendicativo non indietreggia di fronte ad alcun delitto, un maniaco che riunisce in un’unica persona l’angelico e il diabolico, ostentando i pugni sulle cui nocche è tatuato LOVE, a destra, e HATE, a sinistra. In un’intervista del 1962, Laughton rese omaggio al suo talento con l’affermazione: «Bob is one of the best actors in the world», aggiungendo che sarebbe stato un ottimo Macbeth e che il suo linguaggio duro, scostante, non era che la forma di difesa di un gentleman, perfino tenero (pare che il regista avesse chiesto all’attore di occuparsi della recitazione dei bambini in vece sua, proprio perché non si sentiva a suo agio con loro).

Anche se la misoginìa del regista sembra responsabile per l’eccessiva stupidità-ingenuità del personaggio della madre, interpretato da Shelley Winters (costretta a ripeterlo in Lolita), in un ruolo fondamentale, anche se non maggioritario, venne scritturata Lillian Gish, l’attrice che 40 anni prima era stata l’interprete preferita da David Wark Griffith in Nascita di una nazione, Giglio infranto, Le due orfanelle: era l’evoluzione naturale per un personaggio di umiliata e offesa, più volte salvata in extremis , quella di assumere la funzione di protettrice dell’infanzia in pericolo. Il fiabesco della storia si rivela anche così, perfettamente, nella distribuzione dei ruoli: l’orco-cacciatore, la fata-madrina, e i piccoli eroi Hansel e Gretel in fuga nel bosco o lungo le rive del fiume; c’è anche posto (sto usando, non proprio a sproposito, La morfologia della fiaba di Propp) per un aiutante come lo zio Birdie che fornirà il mezzo magico, la barca per discendere lungo la corrente… L’altro oggetto magico o, meglio, oggetto del desiderio è ovviamente il denaro nascosto, ma in quanto “sterco del demonio” sarà piuttosto causa di perdizione, del padre dei bambini John e Pearl, all’inizio, e dello stesso cacciatore, alla fine.

Almeno due registi hanno direttamente citato questo film: l’inglese Neil Jordan nella sua rilettura di “Cappuccetto rosso” In compagnia dei lupi (1984) e l’italiano Gabriele Salvatores nella versione cinematografica del romanzo di Ammaniti Io non ho paura (2003); entrambi rivendicano la persistenza del mondo fantastico, parallelo e solidale dell’infanzia rispetto a quello inquietante degli adulti, a dimostrazione della vitalità di un’opera anomala.

È molto bello, o almeno significativo, che il ciclo si concluda con questo film pieno di terrore e di speranza, nel quale si racconta anche una storia nella storia: quella di un bambino salvato dalle acque, destinato a una grande futuro. 




Evento visitato 1301 volte, inserito il 08/04/2013 da Anonimo


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