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ANTONIO BENI, UN ARTISTA ANCORA DA SCOPRIRE


Tipologia:



Quando:

Dal 16 Maggio 2013 al 26 Maggio 2013

Dove:

Villa Orsini a Scorze` in provincia di VENEZIA

Descrizione:

ANTONIO BENI, UN ARTISTA ANCORA DA SCOPRIRE

In Villa Orsini a Scorzè (Ve), un’interessante mostra rende merito alla figura e alle opere del trevigiano Antonio Beni, raffinato pittore e architetto, a lungo ingiustamente dimenticato.

 

Valorizzare il territorio locale e le preziose risorse storico-culturali che lo definiscono. Riscoprire i protagonisti che hanno contribuito a renderlo celebre e divulgarne la conoscenza, restituendo il giusto merito al loro importante operato. Semplici, chiari ma, al contempo, multiformi e impegnativi, sono gli obiettivi che la ricca e variegata Terra dei Tiepolo sembra voler perseguire negli ultimi tempi, con risultati finora assai incoraggianti.

E così, dopo le mostre noalesi incentrate sulla figura del pittore Egisto Lancerotto, del quale la città dei Tempesta, che gli ha dato i natali, dispone del lascito più importante, a Scorzè, presso la prestigiosa sede di Villa Orsini, è visitabile dal 19 aprile al 26 maggio 2013 una ben curata retrospettiva dedicata ad Antonio Beni (1866-1941), la cui storia personale e artistica è strettamente legata alla città ospitante.

La realizzazione di una mostra rigorosamente monografica, che si pone l’obiettivo di restituire almeno in parte alla comunità la complessa personalità e l’intensa attività artistica di colui che è stato un apprezzato architetto, pittore e restauratore a livello nazionale, è stata considerata, dalla città in cui il Beni operò a lungo e dove volle essere sepolto, un vero e proprio atto dovuto, per il quale organizzatori e curatori hanno profuso entusiasticamente il loro impegno.

Artista completo, poliedrico, fine conoscitore dell’arte a lui contemporanea e di quella classica, universale e senza tempo, Antonio Beni rientra a tutti gli effetti tra i grandi nomi della storia dell’arte veneta. Attivissimo sul territorio regionale a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, dove ancora si conservano, nonostante le gravi perdite causate dalle due guerre mondiali e dal sopraggiunto cambiamento di gusto, imponenti testimonianze del suo valore artistico, si dedicò con generosa passione anche all’attività di ricostruzione degli edifici sacri distrutti dalla Grande Guerra.

Una vicenda artistica, la sua, quasi interamente da ricostruire. Questa mostra rappresenta un ottimo prosieguo di quanto elaborato nel 2007 con la prima retrospettiva di Antonio Beni, allestita presso il Civico Museo Casa da Noal di Treviso. Un lavoro complesso, accurato e minuzioso, che pone un nuovo importante tassello per il recupero integrale della sua opera, e che diviene esemplare anche per gli approfondimenti che necessitano di essere compiuti per riportare alla luce il contributo artistico di molti altri artisti a lui coevi che, allo stesso modo, sono stati per troppo tempo dimenticati o esclusi dai grandi circuiti d’indagine sull’arte dello scorso secolo.

Fortunatamente, l’atteggiamento storiografico diffuso lungo gran parte del Novecento, volto a portare alla ribalta e celebrare i protagonisti dello scenario culturale che maggiormente colsero e si fecero promotori degli aggiornati e sconquassanti fermenti d’avanguardia, criticando pesantemente, se non oscurando del tutto, il “mestiere” di quegli autori che invece scelsero di portare avanti la tradizione accademica, senza per questo rimanere necessariamente isolati o inconsapevoli rispetto alle grandi trasformazioni in atto che stavano mettendo in discussione tutte quelle che fino ad allora erano state ritenute certezze consolidate, ha subito negli ultimi anni un decisivo cambio di rotta. Un approccio superficiale, quello fino a poco tempo fa adottato, che non si curava di un aspetto primario che va tenuto sempre presente quando si è chiamati ad esprimere un giudizio di merito o una qualsivoglia valutazione: ogni artista è espressione e sintesi dell’epoca in cui vive, della società in cui si forma, dei gusti e dei costumi e, pertanto, la sua opera comunica tutto ciò in modo unico e irripetibile.

E’ in quest’ottica che deve essere osservato il ricco e variegato lascito di Antonio Beni, un uomo del suo tempo, fortemente ancorato alla cultura artistica italiana radicata tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, così come alla solida tradizione dell’arte veneta, il quale, a differenza di quanto sostenuto da parte della critica postuma, non rifiutò affatto il nuovo che stava affacciandosi, anzi protese verso esso, rivolgendosi però ai validi e rassicuranti esempi provenienti dall’illustre passato. Il voler, quindi, attingere all’antico e alle sue straordinarie risorse, non significa che egli mancasse di una personalità artistica definita, né tanto meno che non fosse maturato in lui un desiderio di rinnovamento, semplicemente ricercò quest’ultimo in un modo differente, meno estremo e forse anche meno efficace, ma non per questo meno meritevole d’attenzione.

Le aree tematiche che compongono organicamente il percorso espositivo presentano in modo chiaro i due filoni entro i quali è collocabile la proficua attività di Antonio Beni: l’arte sacra, alla quale si dedicò intensamente in seguito all’incontro con l’architetto Pietro Saccardo, proto della Basilica di San Marco di Venezia, fino a rivolgersene quasi esclusivamente in età avanzata, e l’arte profana, che caratterizzò principalmente gli inizi della sua carriera, pur se continuò a interessarsene anche negli anni a seguire. E’ proprio la sua produzione pittorica a carattere profano, la più sconosciuta, non avendo egli mai manifestato alcun desiderio di partecipare alle principale rassegne pubbliche, ad essere capace di rivelare un mondo autoriale inaspettato che per troppo tempo non è stato riconosciuto, facendo emergere con forza doti artistiche di spiccata sensibilità e potente carica espressiva. La mostra di Villa Orsini è articolata in numerose sezioni che, ad una compatta visione d’insieme, qualificano efficacemente la personalità umana ed artistica sia del pittore che dell’architetto Antonio Beni.

Si parte con la sala dei ritratti, che presenta un artista decisamente più moderno e recettivo alle novità che andavano profilandosi rispetto a quanto solitamente ritenuto, un pittore più intimo e meno ufficiale. Nei ritratti qui proposti, realizzati alcuni con la tecnica pittorica ed altri con quella del disegno, la minuziosa descrittività che caratterizza le sue opere religiose lascia spazio alla scelta stilistica del non finito, maggiormente consona a suggerire una lettura introspettiva dei protagonisti. Lungi dal cercare riferimenti a tematiche sociali o storiche, predilige la rappresentazione di eteree fanciulle e graziose giovani donne, fieri e valorosi uomini di età matura, avvicinandosi a questi soggetti attraverso la ricerca di quella “verità” conquistata dai maestri che lo hanno preceduto, filo conduttore del grande movimento del Realismo, verità che si contrappone in maniera netta alla volontà di “idealizzazione” propria della scuola in cui fonda le proprie radici, quella neoclassica. Emblematici sono, a tal proposito, due ritratti: Bambina con cappello e ventaglio, nel quale i dettagli fisionomici della ragazzina sono solamente accennati e le rapide pennellate tendono a comunicare l’ingenuità e la freschezza tipiche della sua tenera età; Ragazza in bianco, che raffigura un’elegante adolescente, dai lineamenti dolci e delicati e dallo sguardo timido e assorto, i cui pensieri probabilmente stanno vagando nella direzione del futuro che, in un momento cruciale come quello del passaggio all’età adulta, si preannuncia incerto ma, allo stesso tempo, affascinante. E’ uno splendido ritratto fisiognomico, che mostra come l’artista voglia addentrarsi nei moti dell’animo umano, creando in questo caso una forte empatia tra la giovane e l’osservatore. L’apertura di Antonio Beni alla lezione dei grandi interpreti del vero, testimoniata anche dall’affinità del ritratto Ragazza in bianco con il suggestivo La Dormiente, dipinto realizzato da Egisto Lancerotto e proprietà della Collezione Civica di Noale (Ve), dimostra come egli abbia cercato di ricomporre in modo unitario nelle proprie opere il dualismo che viveva, dovuto al contrasto tra le regole del rigoroso ambiente accademico nel quale si era formato e le profonde trasformazioni che stavano animando la società e la cultura di quei convulsi anni, e fa sì che ciascuno dei suoi ritratti diventi documento di un’epoca e specchio di un’anima.

La sala riservata ai paesaggi offre un’autentica sorpresa. Entrandovi, il panorama che si apre riesce a dissolvere in pochi istanti la tradizionale e stereotipata idea su Antonio Beni, trasformandolo da artista freddo e scarsamente originale a pittore sensibile e coinvolgente. I dipinti esposti, quasi tutti di piccole dimensioni, rappresentano incantevoli vedute di Venezia e caratteristici scorci di campagna veneta, capaci di rendere alla perfezione quel senso di familiarità e amorevole ammirazione che egli prova nei confronti della propria terra d’origine. E’ una natura osservata e vissuta, quella che raffigura, sempre sublime e toccata con grazia, da cui traspare l’affettuosa attenzione con cui gli si rivolge. Ricorrendo a forme non definite, preferenza stilistica già manifestata nei ritratti, vuole porre l’accento sulla componente sentimentale e simbolica. Ecco, dunque, che opere come Torrente di montagna e Venezia, vecchio muro sul canale, nelle quali prevale il desiderio di cogliere l’atmosfera dei luoghi, piuttosto che descriverli, sono da considerare delle preziosità nel contesto della sua produzione pittorica. I paesaggi evocati sono essenziali, prettamente emotivi, pur non perdendo mai completamente il contatto con la realtà e rimanendo, pertanto, vivi e ben riconoscibili. Se La casa gialla e La moglie dell’artista nel brolo della casa di Dosson (Tv) introducono uno scenario caloroso, accogliente e armonioso nella combinazione di luci e colori, altri dipinti quali Paesaggio invernale al tramonto o Esterno di casa di campagna con lampada sono, invece, pervasi da un sentimento melanconico e di avvolgente solitudine. Una menzione a parte la merita Notturno in laguna, forse la tela più imprevedibile e d’effetto, così vicina alle istanze del post-Impressionismo (a primo impatto visivo sono facilmente riconoscibili riflessi, pur se molto mediati, della lezione di Monet) ma capace altresì di superare la mera emozione del vero, arricchendola di richiami simbolici e intrinseci, che valorizzano la sensibilità e raffinatezza di questo artista.

Le aree destinate alla produzione pittorica a carattere profano svelano le opere del Beni più personali e delicate, non connesse al gusto di una certa committenza. La scelta di collocarle ad apertura del percorso di visita della mostra, piuttosto che preservarle come sorpresa finale, si dimostra felice perché la loro visione sortisce l’effetto di predisporre lo spettatore ad osservare con maggiore consapevolezza la sezione destinata all’arte sacra, la quale, se indubbiamente gli donò in vita celebrità e una posizione sociale di prestigio, in seguito lo rese oggetto di aspre critiche per il ricorso a un indirizzo accademico ormai obsoleto e a uno stile spesso troppo enfatico e manieristico (basti pensare ad una delle sue opere più conosciute, il dipinto del catino absidale della cattedrale di Treviso raffigurante l’Immacolata tra i progenitori), decretandone l’ingiusta caduta nell’oblio. Fu proprio nel settore dell’arte sacra, infatti, che sembrò trovare la sua vocazione, applicandosi per svilupparne tutte le forme artistiche disponibili, dalla pittura all’architettura e all’arredo. La mostra espone congiuntamente, cercando di darne una strutturazione ben amalgamata ed esaustiva, dipinti a tematica religiosa, bozzetti per la decorazione degli interni di edifici sacri, proposte ideative per la realizzazione di chiese, campanili e monumenti ai Caduti. Queste ultime dimostrano come egli fosse un capace architetto, che fu presente capillarmente con la sua bottega nel territorio delle diocesi di Treviso e di Venezia, soprattutto in seguito alla Prima Guerra Mondiale, quando fu chiamato a dare un fondamentale contributo alle esigenze ricostruttive. Invito che accettò di buon grado, orientandosi stilisticamente verso soluzioni di equilibrio tra il gusto classico neorinascimentale, che acquisì durante la sua prima formazione in qualità di apprendista del maestro Pietro Saccardo, e la riproposizione delle forme e dei materiali propri dell’architettura cristiana medievale. Di fatto, la sua si avverte come una produzione architettonica di transizione, in cui la timida ricerca di sperimentazione viene sovrastata dalla netta propensione al recupero delle modalità costruttive del passato. In fase creativa, com’è ampiamente documentato, Antonio Beni creava numerosissimi schizzi e bozzetti, che comprovano quanto il disegno fosse per lui un elemento primario, che gli consentiva di concepire tutto in modo edificante. Un nutrito corpus disegnativo di arte sacra è conservato nel Seminario Diocesano di Treviso ed evidenzia l’abilità nel rendere concretamente le idee, con un segno sicuro ed espressivo, definendo dettagli e particolari altamente curati. Per quel che concerne, invece, i dipinti religiosi, nella loro realizzazione ebbe modo di esibire le sue indubbie qualità tecniche, omaggiando la grande scuola veneta. Tuttavia, a causa della scarsa aderenza alla realtà e l’eccesso di virtuosismo che li contraddistingue, ricevette giudizi poco lusinghieri, che non tennero nella dovuta considerazione la necessità per un “buon pittore cristiano” di adeguarsi e rispettare le indicazioni ricevute dalle autorità ecclesiastiche, mettendo la propria arte a disposizione di più elevate finalità. Appare chiaro, pertanto, che l’accento lirico, così come la predilezione per tematiche celebrative, siano state in parte dettate dall’urgenza di contrastare il difficile momento di decadenza che la Chiesa stava attraversando. Resta innegabile che un artista del suo livello non potesse che essere pienamente consapevole di trovarsi nel mezzo del rinnovamento culturale dell’arte veneta che si ebbe a cavallo tra Ottocento e Novecento, di fronte al quale semplicemente scelse di non esserne fautore in prima persona, preferendo viverne le inevitabili ripercussioni ed esperienze adoperandosi per il “mestiere”, con fare onesto e professionale.

A completare l’esposizione vi è lo spazio che raccoglie gli effetti personali dell’artista, tra cui lettere, fotografie della sua famiglia, e la pergamena che attesta la sua nomina a Cavaliere dell’Ordine di San Silvestro Papa. Si tratta di materiale che fornisce informazioni di rilievo sia sull’arco storico in cui visse ed operò, sia sulle referenze pubbliche e gli eventi privati che scandirono la sua vita. Da questa preziosa documentazione si evince anche il rapporto privilegiato che instaurò con illustri personalità della cultura e della società. In particolare, il suo legame d’amicizia con lo scultore Vincenzo Cadorin e con il pittore Vittore Antonio Cargnel è testimoniato da due ritratti che essi gli dedicarono, i quali ci restituiscono un Antonio Beni inedito, sagace ed esuberante.

L’immagine di Antonio Beni che deriva dalla mostra risulta profondamente diversa da quella che a lungo gli è stata attribuita, finalmente ripulita dai sterili e pretestuosi pregiudizi che lo hanno accompagnato e capace di disvelare un uomo ricco di sfumature e attento osservatore della realtà. Questa rassegna rivela l’artista nella sua essenza, presentandolo al pubblico come un pittore raffinato e un abile architetto, capace di sviluppare e mettere in pratica, pur operando nei difficili anni di transizione del passaggio di secolo, una concezione artistica interpretata come arte totale, tesa ad un’unità sincretica tra architettura, scultura, pittura e decorazione. Un protagonista incisivo e prolifico dell’arte del territorio veneto, un uomo generoso e impegnato nel sociale, uno stakanovista che fece del proprio lavoro una vera missione di vita. Perfettamente inserito nel clima culturale dell’Italia unita di quegli anni, nella quale andava affermandosi un’interpretazione conservatrice dell’eclettismo diffuso in tutta Europa, Beni scelse di portare avanti una tradizione accademica di alto livello, privilegiando la ripresa di stilemi dall’affascinante passato artistico nazionale. Pur tuttavia, ciò non gli impedì di cercare altre possibilità espressive, introducendo nelle sue opere una prudente sperimentazione di nuove forme stilistiche.

Considerata la consistenza dei risultati raggiunti, l’auspicio è che si continui a percorrere la strada intrapresa poiché, se molto è stato fatto, molto ancora resta da fare per poter arrivare ad una piena conoscenza dell’emblematica figura di Antonio Beni, un artista a tutto tondo come pochi ne sono rimasti ai giorni nostri, l’importanza della cui presenza nella storia dell’arte italiana merita di essere resa nota al grande pubblico.

 

Antonio Beni pittore architetto 1866 -1941

Scorzè, Villa Orsini, 19 aprile – 26 maggio 2013

A cura di Raffaello Padovan e Federico Burbello

Per informazioni: info@prolocoscorze.it, cultura@comune.scorze.ve.it

Ingresso libero

Chiara Francescato




Evento visitato 2032 volte, inserito il 16/05/2013 da Anonimo


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